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Meglio una tazza in più
da Panorama
di Edoardo Altomare

9/5/2005  

Nuove tecniche, nuove terapie, nuovi protocolli per ridurre le mutilazioni e le degenze dei malati. Ma anche per cercare di migliorare la qualità di vita dei pazienti dopo un intervento. Dosi generose di tè verde sembrano proteggere dal tumore alla prostata. Lo suggerisce uno studio italiano

Bere dosi elevate di tè verde potrebbe aiutare a contrastare lo sviluppo del cancro della prostata. Uno studio italiano presentato ad Anaheim, California, al meeting annuale dell'American association for cancer research, suggerisce che le catechine, polifenoli contenuti nel tè verde, sarebbero in grado di impedire che una condizione precancerosa della prostata si trasformi in tumore maligno.

«Ricerche precedenti avevano dimostrato che le catechine del tè verde, tra cui l'Egcg o epi-gallo-catechina-3-gallato, inibiscono la crescita di cellule tumorali in modelli animali» ricorda Saverio Bettuzzi, docente di biochimica al dipartimento di medicina sperimentale dell'Università di Parma, ideatore della sperimentazione.
«Abbiamo voluto verificare se queste sostanze antiossidanti potessero avere attività analoga nell'uomo».
Bettuzzi ritiene che un possibile mediatore dell'azione delle catechine sia il gene clusterina, coinvolto nella morte cellulare programmata (o apoptosi) delle cellule della ghiandola prostatica: «L'Egcg» afferma «indurrebbe la morte delle cellule maligne favorendo l'espressione della clusterina».

Il ricercatore parmigiano ha chiesto la collaborazione dell'urologo Maurizio Brausi dell'Ospedale di Carpi (Modena), per una verifica clinica di validità.
Insieme hanno selezionato 62 pazienti affetti da una lesione precancerosa della prostata, che evolve facilmente in tumore entro un anno, e li hanno suddivisi in due gruppi: a uno è stato somministrato un placebo, all'altro 600 milligrammi al giorno (l'equivalente di 20 tazze di tè verde molto carico) di Egcg.
Dopo un anno di trattamento, nove tra i volontari non trattati hanno sviluppato un cancro prostatico, rispetto a uno solo dei 30 che avevano assunto l'estratto a base di catechine.

«È uno studio interessante» commenta Francesco Montorsi, docente di urologia all'Università Vita Salute San Raffaele di Milano, «i cui risultati richiedono però cautela e conferme dai grandi numeri. Soprattutto indica la possibilità di guarire da questo tumore con la diagnosi precoce e un trattamento adeguato».

«Stiamo ora organizzando» conclude Bettuzzi «uno studio su 400-500 pazienti, la metà dei quali in centri europei e l'altra metà negli Usa, al Lee Moffitt cancer center di Tampa, Florida, e all'Università di Chicago».

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